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scosse

11Apr09

Sono passato a casa di nonna. Per telefono mi ha detto di aver preso paura, per il terremoto. Qui, nelle marche, oltre le persone scosse, nessun danno dal sisma, solo timore, finora. E si è messa a raccontare il suo primo ricordo di scasata.
“Avevo quattro, cinque anni. Stavamo nella stalla, io le sorelle e nonno, era pomeriggio. Nonno, buonanima, raccontava le sue storie, come sempre a quell’ora. Poi le bestie hanno preso ad agitarsi e la terra a tremare. Tremava tutta la stalla. Nonno ci ha detto di fuggire all’aperto e svelte. Ma ero inchiodata dalla paura e non riuscivo a correre, non si può con le gambe che fanno giacomo giacomo come la terra. Mi prese nonno per un braccio e mi spinse fuori. Scappavo con le sorelle, sulla terra in movimento correvamo ai campi. Io e le sorelle, nonno dietro, col vento correvamo ai campi. La notte dormimmo occhi alle stelle.
Oltre le crepe sui muri che babbo tappò poi, crollò il campanile della chiesa e il comignolo della fornace vicino casa… no, aspetta, forse ciò è stato un’altra volta.”

Buona Pasqua


ventunomarzo

24Mar09

Esco. Esco che nevica. Nevica sulle fioriture. Sul primo pruno fiorito. Sui ripopolati nidi senza protezione di foglie. Sul pane sbriciolato. Sui frastornati migranti. Sui letargici risvegliati. Nella storia dell’orso e forse sull’orso.
Esco che è notte a vedere un cielo ruggine e placante. Penso che dopo si può anche morire con un cielo così negli occhi e che così sia dolce. Poi rientro in casa a finire un gesto. A finire un sonno.


Ora, cioè da un po’, lavoro con la neve, giro a piedi e sento le rughe tirare di lato gli occhi. È freddo e che fortuna che le lacrime hanno sale. La sera accendo candele, mi piace la luce che fanno.
Raramente vado nei ristoranti. Non mi piace mangiare su una tavola perfettamente apparecchiata e candida. Non mi piace essere servito. Sempre riporto al bancone le bottiglie vuotate, le tazzine e i bicchieri. Passo silenzioso, cerco di disturbare il meno che posso. Cominciò una notte, fui scortese con la cameriera e mi sputò sulla pizza, mi guardò mangiarla e poi me lo disse, dopo ingerita la sua saliva, e cominciò un qualcosa che finì in una forte amicizia.
Al rifugio da Lucio non c’è scritto vietato parlare al cuoco che conduce la cottura di pane e braciole e lui chiama forte quando è cotto. I tavoli sono di legno scuro e nodoso, gomiti ci si poggiano volentieri, briciole ci si rotolano giocose e spesso finiscono in pozze di vino. Lucio sta finendo di sistemare in un piccolo scatolone un pentolino, posate, mezza bottiglia di rosso e del pane.
Il pranzo di Sara è sulla centotre. Via radio è stata avvisata che il pranzo è partito.
Scende tra una nebbia lattescente, appeso alla funesta fune, si sente solo il trascinio della seggiovia. Probabilmente lei, nel casotto della stazione intermedia, sta tenendo il conto delle sediole che sfilano. Ma si vede così poco a guardare avanti che c’è da rovinarsi gli occhi. Si sta immersi in mezzo bicchiere di latte freddo. Un abete si scrolla del pesante drappo. Incontro le va il pranzo, portato.
Seduta a un rozzo tavolinetto, come scoperchia la polenta, mentre di là dal vetro tutto dispare, le si appannano gli occhiali. Tanto se li toglie, quando mangia.
E quando bacia.


Ora, Linda, di anni due, è ipnotizzata dalla neve. Mani sulla grande vetrata, fissa fuori in cataplessia. La vede per la prima volta.
Probabilmente crede a uno scherzo dei suoi occhi, perché si volta come a controllare se noi pure abbiamo di tali visioni. Ma noi no. Non vedete la bianca materia che ardisce ammantare piante e asfalto, bloccare il traffico?
Dopo scalpita, lei, lepre saltellante per casa. Nell’interno corre corridoi e spiana porte, si fionda in camera, è pazza!
Torna con in mano cappottino, cappellino e guantini rossi.
Solo manca chi ha intenzione di uscire dalla casa sicura.
E fuori sulla vita buffa: tempo da lupi, e da bambini.


Tentava caparbiamente, in piedi, di calzare lo scarpone da sci. Il destro.
Ad aiutarla, una donna energica nei modi, enormi gli occhi. Chinata le armeggiava intorno la caviglia, sulle spalle aveva mani spalancate. Calma la voce, musicale: Amore, riesci? No, non riusciva, ci sarebbero voluti poi due numeri più grandi.
C’è sempre l’inghippo della scarpa stretta, dell’amore comodo.

Qua tutto normale, neve in quota nella notte, ora nubi e un bel sole.
Solo un poco triste io.

E’ un momento che tutte le cose appaiono serene.
Non sempre i musicisti a suonare si divertono.


cartolina

28Gen09

cartolina1


vecchia

22Gen09

Ormai superata è la rima che cuore
facile fa con amore,
non qualcosa di grandioso si aspetta
dal presente che vite incetta.
Mai pax graverà la terra.
C’è ancora guerra.


* * * * *

31Dic08

Bevo a una casa distrutta,
alla mia vita sciagurata,
a solitudini vissute in due
e bevo anche a te:
all’inganno di labbra che tradirono,
al morto gelo dei tuoi occhi,
ad un mondo crudele e rozzo,
ad un Dio che non ci ha salvato.

( A. Achmatova)


* * * * * *

19Dic08

Nell’aria aghi di pino e gelo intenso.
Mettiamoci abiti con l’ovatta e la pelliccia.
Per andare raminghi, sacco in spalla, tra cumuli
di neve, molto meglio la renna del cammello.

Al Nord, ammesso che credano in un Dio,
questi somiglia al capo carceriere
che spianava le ossa a tutti noi,
e ancora sembrava non bastasse.

Al Sud, dov’è raro il bianco manto,
credono a Gesù Cristo in quanto fuggitivo:
nacque su strame di sabbia nel deserto,
e morì pure, sembra, sotto il cielo aperto.

Celebriamola ora, con il pane e il vino,
una vita trascorsa sotto il libero cielo,
per sfuggire anche dopo, lassù, all’arresto
terreno – dal momento che il luogo è più vasto.

(I. Brodskij)


con gelo

16Dic08

dal fondo di una fondissima notte
con Gino Paoli che canta di gatte
ti scrivo perché scrivere scalda
è la cura che ha la mano per la carta
selce su selce su sterpaglia
compagnia di vino e fuoco nel camino

ma in fondo, sai, crederci ci credo pochino
sarebbe meglio, qui vicino, il tuo corpicino

un disordine di farfalle in volo
un clamore di vane ali e colori
nella testa, bianche nello sterno
e mai, mai l’inverno ma
deve quietarsi questa gioia per poterla vedere
sto in attesa che si posino… Posate:

c’è già un gelo vincente
che né lana, piumone o focolare
può di poco alleviare,
lo ha allevato l’estate
questo verme di gelo, nella mela del midollo.
Le parole che scrivo si girano a chi più lontano
chiamano i morti i vivi tacciono.
Temo se sento tremo se fiuto il presente.
Sì, defalcherò dalla stagione seguente
per l’assideramento una bella ora di sole
uguale a I. chiuso nella valanga di marzo.

Ma corri vivimi, pensami, chiamami
E, brr, con un abbraccio sbrinami.


La palestra è occupata. Stanno giocando una partita di pallavolo, campionato maschile under-16. I rossi vincono già un set a zero, sono manifestamente superiori e per gioco e per taglia: il più basso di loro supera il più alto dei blu. Spiego ai miei ragazzini che dobbiamo aspettare la fine. Qualcuno tifa i rossi, qualcuno gufa i blu. E’ che prima termina la partita prima tocca a loro. Al terzo set, due set a zero per i rossi, al punteggio di 24 a 9 per i rossi i blu fanno un bel punto e si battono mani e si abbracciano, giocano con passione, per gioco, poi naturalmente perdono. Prendiamo possesso della palestra.
Stasera i ragazzini sono scatenati, si indicano gli appigli, si incitano tra loro, urlano. La prossima settimana avranno una gara, la loro prima. Naturalmente perderanno. Ma quando li vedo sorridenti ed emozionati saltellare con le loro scarpette sul tappetone, o mi chiamano forte perché devo guardarli che stanno facendo bene il passaggio, io sono felice, tanto. Con la magnesite fanno un casino, contro i pannelli si sbucciano ginocchi e nocche. Qualcuno è anche bravo, una bravissima. Ma devono ricevere gioia da ciò che fanno, conservare l’istintiva giocosità. Hanno dieci anni, avranno tempo per diventare aggressivi e competitivi. Mi chiamano addirittura maestro, a me. Io cerco di trasmettergli la mia passione, qualcuno dice che vuole vincere. Vincere non è affatto importante, contano le sensazioni che ricevete, dico. Ma lo dice un perdente, recidivo e vaccinato contro le vincite. La sensazione più bella è quando senti che il gesto viene liscio, senza fatica, come si fosse permeati da un’improvvisa grazia. E’ la sorpresa di un profumo nell’aria. Ma subito cessa, bisogna essere pronti ad accorgersene e quando passa quell’incanto si resta comunque così soddisfatti che poi ci si perde, e si perde. Perché si esce dalla competizione e si resta nel gioco. Ma tutto continua e ti ritrovi caduto, perdente.
Ogni tanto li riprendo, se sbagliano. Ad esempio: se stai in ambio e devi mirare dritto serve bilanciare con la gamba libera e spostare il baricentro sopra l’unico appoggio. E’ un movimento che con difficoltà assimilano. L’avrò ripetuto cento volte, ogni volta faccio vedere io come e dicono che hanno capito, dicono.


in urto

08Dic08

Perché, Caterina, amici, succede che ci si incontra una volta l’anno quando la stagione impone il lavoro, di olive e notti al frantoio, e noi sempre gli stessi sordi al calpestio del tempo, coi soliti progetti in crollo e i sogni da ripuntellare, sempre così, ritrovandoci o perdendosi, ci rendiamo conto che è passato ancora un anno e come eclatante marcatempo l’evidenza di una nata in più, di un pancione in meno, mentre la bimba già grande di quattro anni con timidezza chiede: Rimane a cena carlino?, ed è dolce come lo dice, sono le parole più splendenti intestate e sorrise a me, ma io a dire domani, domani resto ma non è vero mai, perché

la donna araba col bambino in braccio avvolto in una coperta, con occhi appenati e stanca, che solo cercava una femata del bus per l’ospedale, a cui ho detto di risalire la via, altri cento metri, e invece c’era una fermata a pochi passi, in discesa, non vista, perchè ha inoltre avuto la malaventura di incontrare me per la sua strada

l’amica a cui affidarsi, con lei arrampicavamo gli alberi dei vicini a rubare fichi e ciliege, riparavamo assieme fra i granturchi nel gioco del nascondino, mi dice: Stasera hai una faccia da assassino, e ne è convinta, tanto che non riesco a spiegare, poi prendo per vicoli bui e fuori c’è pece e una mezza luna, buona per affettarci cuori

vuoti nelle buche delle lettere solo tanta pubblicità in tinta rossa, sgradevole, del regalo da fare a natale

e mi so gli occhi appannati da scolare in pianto sconoscendo il perché

è terribile essere buoni


meteo attesa

30Nov08

ma tutto questo ingombro…
dico io… fate spazio
ai venti tesi di libeccio

@
il corsivo, parole e previsione, è voce mattutina del metereologo che dallo schermo annunzia qualcosa di vago ma che forse è quello che si aspetta


Ma pensa, Alessandro,
che poi la sera, a Cingoli
ha nevicato e il vento
la strapazzava e un rumore
fondo, di mercantile in viaggio…

Insieme
nella chiesuccia isolata
sarebbe stato bello
starsene al caldo
ad ascoltare poesie.


spioverà?

18Nov08

Era di venerdì, dopo le sette, p. m.

Piove, fortemente.
I colpi di rimbalzo delle gocce grosse che piombano frantumando pozzanghere e quelli di quelle leggere sospinte da un vento orizzontale mi arrivano impietosi addosso, che sto rifugiato nel vano di un arco e aderente al muro. Non mancano guidatori affrettati e maleducati a incrementarmi la zuppa. Immollato, aspetto che spiova. Piove, la guardo. Umido. Città nuova, smarrigione. Sto lì, cappuccio calcato e una mano che pressa la stoffa alla gola, una barba spinosa che è una distanza. Piove, la guardo. Umido. Ho modo da scorrere atti, sbagli e appuntarli a uno a uno a un panno di velluto rosso, spillati con le loro pesate giustificazioni. Parto dai recenti ma non arriverò ai remoti. Attendo. Avessi una casa viva a cui suonare, in cui sussultare, mi avventerei come rocambolesco.
Passa una macchina, si arresta.

- Ehi capo, c’è una farmacia in zona?
- Ne ho vista una, passando. Deve attraversare la piazza e la trova all’inizio del corso, ma non ci si arriva in macchina.
- Perché?
- E’ divieto d’accesso.
- Sì, ma che non vedi che pioggia…

Già, vedo. L’uomo in auto va.
Dal vicolo, qualcosa miagola come lupo.


13Nov08

Fai te orecchio, ascolta
non tacerlo il tuo coro
fai te occhio, punto
calmo nel chiasso del ciclone
fai te dente, incisivo per
la crosta secca del domani
fai te dita, palmo ed ali
aperte vele su chi ami
fai te camino, cappa
vena corsa da aromi e fumo

fai te sete, fantasia
ultima lampante giraffa di periferia.


ridete donne

04Nov08

Adesso ci sono due donne polacche, a dare una mano. Hanno occhi che bucano.
Una si chiama Ela – l’altra, un nome che non so dire: che è un crepito, una passeggiata su foglie secche di magnolia. Io la chiamo Allegria, ride a sentisi dire così.
Allegria ha un marchio sul viso, un livido a forma di virgola, di lacrima, sulla guancia sinistra. Mi ha raccontato: da noi d’inverno fa molto freddo e per scaldarci bruciamo legna nel camino; in famiglia stavamo tutti e sei attorno al fuoco, nel poco spazio, e spingi qua e spingi là io finii tra le braci, di faccia.
Tra loro parlano una lingua che si dice a denti stretti, così per contrappeso ridono con bocche aperte. Un riso che è un chiasso, dilaga e allieta. È straordinario alla paga della giornata, lavoro per 5 euro l’ora e una risata. Io, le salarierei come riditrici.
Al mattino, a contendere con la loro musica, c’è un pettirosso canterino, poi le sporadiche battute d’un picchio.
Ridono sempre, anche quando la stanchezza secca le parole sulla lingua e tra pensarle e cacciarle fuori passa il tempo di rinunciare. Anche nei giorni che le parole dette, con bocche impastate a fatica, si contano in meno di cinquanta.
Con loro ho sperimentato la gioia di dire bene una parola difficile in una lingua straniera. Ho imparato che sì è tak e no è niè. Ho imparato che miuòsc è amore, che bellezza è generosi sorrisi di donna: che mai nuocciono al mondo, anzi. Donne che solo a starci lo medicano. Ridete donne, ve ne prego.
Quando anche loro tacciono, uguale se passa una nube che raggela e l’inverno che già invade.


31Ott08

Che alba oggi, che luce!
Ogni tanto serve svegliarsi.
Guidavo e non sapevo se guardare dritto
all’asfalto o a lato, all’est.
E poi sul taglio del pendio due ulivi,
in contropendenza:
vicini e divaricati,
quasi chiodi piantati storti:
io li ho visti che danzavano,
(e già, gli alberi ballano!)
già di prima mattina,
in un controluce aranciato.
Eppure tutto va male;
ed il mondo, lui pure, è ammalato.
Ma verrà un’alba
esatta, dove
non si vive perché si deve.


91

26Ott08

Anche di libri ne posseggo pochi. Al conteggio, novanta e uno. Stanno laschi su due scaffali. A far volume i vocabolari e quelli con più numeri che parole. Alcuni sono doni, alcuni da restituire, due sottratti.
Mio padre non ha mai letto un libro, ed è una persona di ampia bontà. Mia madre deve ancora finire la Bibbia, l’unico che m’ha regalato ed è stato quando avevo gli anni buoni per il catechismo. Giusto in parole lette li ho superati.
Attingo dalle biblioteche. Spagino, sposto, annusso, soppeso. Ne esco con mazzi da tre. Questione d’economie. Poi se incontro un passaggio avvincente lo ricalco in un quaderno dalla cartonata copertina bianca.
Sono due quelle che bazzico: una è attigua al conservatorio, con sempre note nell’aria, l’altra è un piano sopra il forno, con spesso fragranza di pane, di dolci.
Nella mattina di sabato seduto nella seconda scorrevo le righe preparate dall’unico scrittore che conosco come persona. Abbiamo una grande passione in comune e le rare volte che ci troviamo mai parliamo di libri. Ad una serata lo sentii leggere in tono fervido una poesia di un suo caro amico, morto una manciata di anni fa.
Mi emozionai. Un verso di amore e di disperazione lo porto ancora a memoria.
Nella mattina di sabato inseguivo la storia di un savio lupo di mare e giunto alla fine di un commovente rigo, d’amore, ricado in quel verso, cicatrizzato pianamente alla pelle del racconto, messo lì a dare senso e valore. Messo lì, a sud, mentre le parole sue a nord della pagina.
Esposto a sud a prendersi pieno tutto il giro contrario degli occhi, a prendersi tutta la luce.
I nostri occhi sono sole per le pagine.
Leggendo mi sono commoso, ho frenata una lacrima affacciata sul ciglio. O forse non ho fatto in tempo, non sono certo. So che per un po’ non sapevo più il mio nome, l’ora, il giorno. Fino a sera, a notte ho ripensato a certe parole, a certi legami, a certi affetti. Le infleunze di certe storie, di due innocue parole accoppiate. Cosa queste possono.
E prima di dormire le rileggo nel quaderno, poi mi riracconto storie a cui il sonno strappa il finale.


è che sei bella e viva più d’un’ape. io acino, un fermo, sto bene con la tua guancia sul mio costato e so che mi stai spolpando e so che poi volerai altrove e sai che lo trovo giusto, è anche così amore ed è stato più di meraviglioso, e poi, dare la vita a sfamare api è sfamare la vita.
ed ora che stanco con la schiena sfatta t’aspetto, non ci sei, né verrai.
ho lasciato che acqua calda cada nella vasca, come cura, c’è spazio da starci in due.
in un tepore oppiaceo, così messi, nudi dirimpetto, senza dire e cupa in volto con occhi da giudice. le gambe che stese non ci stanno, le pance nell’acqua. con mani ruvide ti laverei i piedi. prima uno, poi l’altro. senza sapone. senza carezze. senza baci, ho una crepa in bocca e il tocco della tua la crollerebbe.
siamo fiori in un vaso. appassiamo.
Penso di te un eucalipto, un’eucalipta. che hai la pienezza di un mandala, più grazia e amore di una maria di magdala. lo dico e delle mie confusioni ridi senza dare luce ai denti. ancora una volta col capo assenti.
io: sei una fuggitrice, tu: acciuffami. sì, spiega come. impossibile, a un’ape. t’amo. vai, ora che dormo. no, non restare. lo so, io così bambino che non so fare l’uomo.
e sempre metto più dell’amore che posso, è poco e poche le api in volo.