Aprire libri scritti con alfabeti strani e stranieri è passare gli occhi su uno spartito che ha file di note, si fantastica su pronuncia e toni imbastendo così una personalissima errata musica.
So leggere l’inglese ma non riesco a parlare la lingua degli inglesi. La parola prima la devo vedere o immaginare, quasi che dirla sia leggerla.
Raccolgo olive con amici traslocati dall’isola alla penisola, assieme a uomini e donne esteuropei e nordafricani che fra le varie lingue parlano anche l’italiano. Io sono l’unico italiano e l’unico che parla solo in italiano.
Alcune delle parole che loro dicono le controllo a casa nei diversi vocabolari, quelle che ricordo, la sera.
Quando parlano devo stare concentrato e con le poche che capto tento a divinare il discorso. Capire ci si capisce, meno facile è raccontarsi.
L’oralità è volatile, bisogna essere svegli ad afferrarla prima che si allontani all’orizzonte.
A me serve la parola ferma sul foglio, appena l’attimo per guardarle il colore degli occhi e lasciarla andare. Che resta lì sulla carta, scioperante che si fa picchetto ficcato davanti ai cancelli. Manifestare l’esistenza di una storia prima di sciogliersi e andare. Di nuovo piazzale vuoto, foglio bianco.



3 Responses to “lingua: tongue.”  

  1. 1 Grazia

    Ed io invece, caro Carlo, amo anche la parola volatile, la parola che si trasforma in suono e musica e che cambia, con il vento, con l’umore, con la geografia.
    Sono una visitatrice saltuaria e silenziosa, ormai, ma venirti a trovare è immancabilmente bere una tazza fumante, speziata e profumata di poesia. Melanzina non c’è più. Io, sì. Un abbraccio.

  2. 2 cicala

    Ecco pensieri in fila, all’antitesi della poesia…
    Gli inglesi hanno problemi con lo spelling, la sequenza di lettere che forma una parola. Credo che sia perche’ le parole sono materia plasmabile e versatile per loro, e ne afferrano il significato (e l’uso) ben prima di conoscerle come entita’ a se’ stanti, con uno spelling preciso ed un significato ben definito. Se le impari sulla carta, non ti dimentichi si sono. Pero’ poi ci sono problemi inversi: mio padre, decidendo di imparare l’inglese in eta’ non piu’ verde, non riesce a capacitarsi del fatto che parole con la stessa pronuncia siano scritte in modo diverso (e con diverso significato) a seconda del contesto.

    Questa settimana mis sono accorta che “bistecca” e “beef steak” sono la stessa cosa. Certo, gia’ sapevo che lo erano materialmente, ma l’accorgersi che il suono di queste parole e’ identico evoca immagini di pellegrini e cavalieri di un’Europa medievale, e di parole fuide che prendono forme diverse ma il sui scopo e’, da sempre, comunicare.

  3. 3 carlodreams

    Grazia, è una gioia risentirti, rileggerti qui in un commento. Forse il discorso che scorre è un fiume, è tempo presente. Fermarlo è magari l’occasione di vederlo intero, ma tempo passato. Un abbraccio e un a presto…

    Cicala, mi sa che ho lo stesso problema di tuo padre, mi sa che sto invecchiando…
    Il mio problema è che non ho una lingua omologata per l’inglese, riesco a scriverlo discretamente ed anche a leggerlo ma absolutly not a parlarlo. Imparerò a forza di prendere stecche…
    Comunque questa fonetica della bistecca è proprio una gustosa curiosità.


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