La bocca è impastata che non riesce a deglutire. Si alza e procede goffamente con gli occhi incollati da un sonno oleoso, grasso e nero, senza sogni. In cucina, alla luce del frigo, vede l’orologio segnare le quattro più qualcosa.
Con avambracci e weiß poggiati sul davanzale si sporge dalla finestra. Le luci della città sono ocra, lontane e tremolanti. Un foglio di giornale spinto dal vento raschia l’asfalto, una plastica debolmente rotola via. Un po’ più sveglio ritrova il mondo che aveva lasciato, quasi umano sotto un filo di luna.
Da un punto vago un flebile mià. Affilando la vista nota un gatto bianco aggirarsi nel parcheggio. Poi, un altro mià.
In cucina trova una scodella, latte e un’onorevole cartata di macinato.
Guarda un po’ il gatto che è incerto su dove guardare, poi si distanzia. Dà una controllata alle stelle, di quanto si sono mosse.
Di nuovo solo riavvolge il macinato e lo prende in mano, è morbido e mangiucchiato come ha il cuore. L’avanzo rimasto è buono ancora, basterà per qualche altra volta.
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