Frantoio
Cathy ha insistito per accompagnarmi al frantoio, ben sapendo che la trafila sarà lunga. Ma lei è curiosa, vuole assistere alla frangitura delle olive. Arriviamo e ci mettiamo in coda. Il locale è tanto minuscolo quanto sudicio. Regna un continuo rumoreggiare di macchinari, mischiato al vociare della gente attenta a controllare. Odori aspri e forti impregnano l’aria. All’inizio fa uno strano effetto ma subito ci si abitua, come a tutto. Rimane stordita da quel luogo che definisce psichedelico. Giroscopico. Saranno le luci basse; o il frusciante rovesciarsi di olive nella tramoggia; o la regolare marcia delle due macine granitiche, fissate verticalmente agli estremi dello stesso asse attorno al quale anche ruotano, lungo un tragitto circolare; o la gramola, tubo orizzontale dove un’elica mescola dolcemente la frangitura; o l’ipnotico moto del piatto rotante su cui s’appoggiano i friscoli, dischi di fibra vegetale, per cospargerli della pasta d’olive macinate; o il torchio cilindrico, che pressa una colonna di friscoli sovrapposti, e da questi dischi impastati sgocciola vitrea sostanza oleosa. Alla fine il rubinetto lascia sgorgare olio d’un traslucido verde. Olio nuovo: ora si fa, deve durare l’anno. In piedi sopra un bancale ci sporgiamo oltre la grata protettiva a scrutare nel catino, dove alloggiano le giganti macine, la frangitura. I colossi si avvicinano con le bucce ancora appiccicate, li seguiamo svoltare con gli occhi e sotto al loro peso le olive mutano in una melassa di noccioli e polpa dove qualche drupa galleggia ancora con la sua forma ovale originaria, per poi conformarsi a quella densa melassa dal colore del sangue secco. Tutto s’incastra perfettamente ad assemblare scricchiolanti ingranaggi: quasi fossero una minima parte d’un meccanismo infinito, forse motore della precessione terrestre. O forse a frangersi sono i pensieri, le idee, e ne lacrima olio buono a condire disincanti. Ahi mio privato frantoio, franto io da sogni infranti.
Cathy è voluta venire, nonostante il suo pancione porti i segni dell’ottavo mese di gravidanza. Buffa nella sua deformità, goffa nei movimenti. Con una mano si regge il grembo. La trovo splendida, bella come mai e il suo sorriso radioso rischiara anche me. Sono luminose le donne incinte. Lei, inglese, dice pregnant. Pregnante. Pregna. Alveo di vita, empita cavità. Poi provo a tradurle queste mie folli considerazioni farcendole di pessimo inglese, ma sono parole vaghe, non credo capisca, però sorride, angelica, e tra quel casino vorticoso capisco che mi vuole bene. Un bene reciproco. Giunge il nostro turno ed è tardi quando usciamo. La riaccompagno a casa, poi avrò tutta la notte per trovare parole pregnanti, efficaci nella spiegazione rimandata a domattina quando ci rincontreremo, sul presto. Psichedelico, davvero.
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Bellissime memorie che tu raccnti molto bene, complimenti, Giulia
Psichedelicoo come la vita che alterna il convenzionale e l’universale, mescola praticità e sogno, quotidianità e attesa. Non esistono parole pregnanti. E’ ciò che descrivono a renderle tali. Quelle rivolte a lei sono pregne di futuro.
C’è un legame sottile che unisce “l’olio nuovo” e quella giovane vita nel grembo di Cathy. Verginità, purezza?
A presto e saluti.
Risvegli ricordi d’infanzia, mai vividi come in questo periodo in cui l’odore dei frantoi “impregna” l’aria.
Buona domenica.
Deliziosamente psichedelico.
Buon inizio settimana
Forse mi ripeto. Ma leggere i tuoi racconti riempie l’animo di serenità.
E l’immagine di Cathy con il suo pancione da ottavo mese dà un tocco molto vivo.
Buon inizio settimana anche a te.
Dell’oliva il nocciolo.
Giulia, Dona, Melania, troppo buone, spietate la prossima volta; EU, quotidianità e attesa, convenzionale e universale, l’altalena degli eventi; Ste, ingenua purezza; Zina, delizioso l’olio della tua terra; Cecilia, il nocciolo lo si sputa, dopo averlo scoticato bene.
Cari, vi porto, degli appennini da venerdì notte innevati, della Sibilla regina, della selva brunita, del noce nudo, delle foglie da tramontana infoiate, il saluto…
Impregnato di sapore dolce, nell’attesa, e forte, nella presenza di macchinari, rumori, odori…
Mancava solo un pezzo di pane, da intingere. Dove? Nel racconto stesso, in quell’attesa giunta quasi alla fine, in quei sorrisi, nell’incomprensione delle parole, e nella comprensione di gesti che, di parole, non ne hanno piu’ bisogno.
Buongiorno.
Bella scoperta, questo luogo.
Loredana
accompagnavo mio marito a raccogliere le olive, sotto gli alberi si stendevano le reti…era bellissimo!mangiavamo poi le olive appena raccolte fritte in padelle con scorza d’arancia e peperoncino…ora non lo facciamo più noi, ma le olive in padella sono mitiche!
Francesca, mai provato, proverò.
Loredana, c’è anche il pane, più sotto, forse seccato, ma sempre buono per l’intingolo. Leggero e nutriente, ottimo compagno di cammino.
Grazie per esserti fermata a lasciare parole in questo casino che è il frantoio.
E che il domani sia un buon giorno. Carlo
Che dolce!Leggo ora il tuo buon giorno e te ne ringrazio infinitamente.Di cuore.
(Notevole la ricetta delle olive fritte in padella con scorze d’arancia e peperoncino, postata da Francesca. Proviamo!
E’ davvero un piacere che scalda i sensi la lettura di frammenti di vita di altri, condivisi con semplicita’ e generosita’ e fiducia.
Grazie, Carlo.
A presto.
Loredana