(Erri De Luca, da “In nome della madre” – Il titolo del post, epigrafe del libro, è un verso di Iosif Brodskij)

Abìtuati al deserto, che è di nessuno e dove si sta tra terra e cielo senza l’ombra di un muro, di un recinto. Abìtuati al bivacco, impara la distanza che protegge dagli uomini. Non è esilio il deserto, è il tuo luogo di nascita. Non vieni da un sudore di abbracci, da nessuna goccia d’uomo, ma dal vento asciutto di un’annuncio. Non si fideranno di te, come sei fatto.
Possa tu provare nostalgia di stanotte quando sarai nella loro assemblea, quando ti ascolteranno, possa tu guardare oltre la loro piazza, dove iniziano le piste.
Abìtuati al deserto che mi ha trasformato in tua madre. Sei venuto da lì, dal vuoto dei cieli, figlio di una cometa che si è abbassata fino al mio gradino. Non è il censimento a spostarci, ma una via tracciata lassù in alto. Stanotte lo capisco, domani l’avrò dimenticato.

Ho dormito poco in questi mesi. Le notti guardavo le carovane delle stelle che i sapienti chiamano costellazioni. Stanotte continua l’insonnia, però è la migliore perché posso abbracciarti. Hai fatto bene a nascere di notte, lontano dagli uomini e dal giorno. Quello che verrà, domani e poi, sarà il contrario di ora, di stanotte. Stanotte è tempo di abituarti al deserto che è tuo padre.

[...] Muta ero io davanti all’angelo, muta ero io. Invece tu, figlio di un vento di parole addosso a me, sarai un vaso di frasi.

Quella di Miriàm, vergine madre di per sé, moglie di Iosef, padre aggiunto, per Ieshu, salvato per salvare, è una delle più affascinanti storie d’amore di madre che siano mai state tramandate nello scorrere dei millenni. Madre che partorisce in solitudine, dopo aver attraversato il deserto in sella a un’asina. Madre che pur di tenere un’ora in più vicino a sé suo figlio, destinato a cose grandiose, lo nasconde al mondo.
Madre le cui lacrime, versate per un figlio reso divino, si mescolano a quelle di altre madri che piangono figli ladroni e meschini, ma pur sempre figli. Sono in tre, sul Calvario. Annacquano di strazio l’arida terra. Sotto croci che sventolano morte come trofeo. Sono madri.

(Fabrizio De Andrè, Tre Madri, La Buona Novella)
Madre di Tito:
- Tito, non sei figlio di Dio
ma c’è chi muore nel dirti addio. -
Madre di Dimaco:
- Dimaco, ignori chi fu tuo padre
ma più di te muore tua madre. -
Le due madri:
- Con troppe lacrime piangi, Maria
solo l’immagine di un’agonia:
sai che alla vita, nel terzo giorno,
il figlio tuo farà ritorno:
lascia a noi piangere, un po’ più forte,
chi non risorgerà più dalla morte. -
Madre di Gesù:
- Piango di lui ciò che mi è tolto,
le braccia magre, la fronte, il volto,
ogni sua vita che vive ancora,
che vedo spegnersi ora per ora.
Figlio nel sangue, figlio nel cuore
e chi ti chiama – nostro Signore -
nella fatica del tuo sorriso
cerca un ritaglio di paradiso.
Per me, sei figlio, vita morente,
ti portò cieco questo mio ventre,
come nel grembo, e adesso in croce,
ti chiama amore questa mia voce.
Non fossi stato figlio di Dio
t’avrei ancora per figlio mio. –



6 Responses to “Abìtuati, figlio, al deserto”  

  1. “Abituati al deserto, che è di nessuno e dove si sta tra terra e cielo senza l’ombra di un muro, di un recinto. Abituati al bivacco, impara la distanza che protegge dagli uomini. Non è esilio il deserto, è il tuo luogo di nascita. Non vieni da un sudore di abbracci, da nessuna goccia d’uomo, ma dal vento asciutto di un annuncio. Non si fideranno di te, come sei fatto”.
    Sono delle parole stupende, parole di verità…
    Mi sa che devo leggerlo questo libro!;)

  2. Ciao, caso ha voluto che di madri e di deserti mi sia occupato anch’io negli ultimi tempi, con la convinzione però, assolutamente personale, che i due termini possano coincidere nella stessa persona, o in una terza, quella del figlio. Non mi fa impazzire De Luca, ma la frase dell’epigrafe è ricca di echi.

    Gioacchino

  3. Grazie per questo contributo, molto bella l’epigrafe del libro di De Luca. La leggo e la rileggo ed ha un ritmo così lento che quasi mi culla.

  4. Dicevo poco tempo fa a un amico che ognuno di noi si sceglie i figli, i fratelli, le sorelle – la biologia è solo un’opinione, il sentimento no. E’ per questo che anche morti senza legami di sangue ci colpiscono spesso, e tanto.
    Un bacio, scusa il commento triste.

  5. “Muta ero io davanti all’angelo, muta ero io. Invece tu, figlio di un vento di parole addosso a me, sarai un vaso di frasi.”
    …io sono rimasta impigliata in questi fili che tramano una rete di emozioni intrecciate ad un’unica grande verità…
    Madre/Padre e figlio così vicini eppur così lontani, destinati a non conoscersi mai del tutto, veramente…
    Un forte abbraccio
    Mayra

  6. La poesia (non a caso 24frames) si chiama Ninna-nanna, da Poesie di Natale (Adelphi), del premio Nobel per la letteratura nel 1987 Iosif Brodskij:
    [...]

    Al deserto abituati, figliolo,
    come fa la polvere
    col vento: non la sola carne
    è il tuo elemento.

    Serba sempre dentro di te
    questo segreto:
    ti farà comodo, stai certo,
    nel vuoto sconfinato.

    Che non è peggio del presente:
    solo più prolungato,
    lì l’amore per te è solo indizio
    dello spazio assegnato.

    Abituati al deserto, mio tesoro,
    e alla stella
    che lì riversa ovunque
    la sua luce d’oro,

    come il lume acceso da chi,
    più di noi vissuto nel deserto
    lungamente, a tarda ora si rammenta
    del figlio assente.

    (Dicembre 1992)

    Poesia che ancora mi lega a una persona cara e lontana, un deserto ci separa, questa ninna-nanna ci riavvicina; ed è stata una sorpresa ritrovarne un verso nell’epigrafe. Bravo De Luca a tradurla più fedelmente al testo originale (come vorrei a volte conoscere il russo) ma sono pareri personali e sulla difficoltà e metodo di tradurre poesie si potrebbe disquisire a lungo, tralasciamo. La traduzione è di Anna Raffetto.
    Sono contento che vi abbia colpito, io, da questi versi, sono stato stregato, più d’una volta, coccolato.


Leave a Reply