Vendemmia n.3
Le nostre forbici si scontrano, Pina mi dice “attento” e poi sorride. Sono queste le prime delle tante parole srotolate risalendo il filare. Ha deciso di raccontarmi la sua storia, quella di una etnia in estinzione ma esistita, di uomini e donne trasparenti ombre della città; la storia di una campagnola:
Sono la decima di dodici figli, ho nove sorelle e due fratelli, uno morto da piccolo che a malapena ricordo. Quelli che sopravvivono si sono dispersi, molti li vedo una volta all’anno, se Dio vuole.
Ho sempre fatto la contadina, già all’età di dodici anni aiutavo i miei genitori a coltivare l’orto ed accudire gli animali. A quattordici andai a lavorare sotto padrone. Aveva molta terra e un giorno, mentre coglievamo finocchi, conobbi il loro figlio, Dino, che passava a casa durante un periodo di licenza militare. La prima volta c’incontrammo per caso, poi venne lui a cercarmi. A diciannove anni ci siamo sposati, a ventidue avevo già due figli che allevavo senza tralasciare il lavoro sui campi. Dino è stato furbo, mi ha presa perché sapeva che ero una sgobbona e di terra lui ne aveva molta. Braccia forti, anche se di donna, servivano. Così sono passata da bracciante a moglie del padrone, ma la fatica è raddoppiata. Ogni mattina sveglia alle cinque per dare cibo alle bestie, ai figli e controllare l’orto; io sono una che non si risparmia mai. A ventitre anni presi la patente per il trattore e la macchina assieme, divenni la prima donna della zona a guidare il cingolo. Andavo a scuola guida la sera e mi portavo il bimbo piccolo d’allattare dietro. Poi arrivarono, a breve distanza, altri due maschi. Gli volevo un gran bene.
Ventidue anni fa, d’agosto, piangevo la morte di uno di loro appena diciottenne. Perse la vita in un incidente stradale. Se te lo dico non ci crederai ma, da prima che succedesse la disgrazia, sognavo della sua morte. Sogni da cui mi svegliavo piangendo e soffocando urla che mio marito non potesse udire. Avevo continuamente brutti presagi, piangevo di nascosto. Arrivai persino a scegliere la foto da mettere sulla sua tomba, ma non dissi nulla a casa: mi avrebbero preso per matta o peggio per iettatrice.
Poi accadde quello che doveva accadere.
Ricordo che in chiesa svenni e mi risvegliai allungata su una panca in sacrestia con tre medici attorno. Non lo dimenticherò mai. Mai potrò dimenticare l’immagine di quel mio figlio steso morto all’obitorio col volto straziato da non poterlo baciare in fronte per un’ultima volta; e il fratello maggiore che dopo la scuola andava a fare i compiti davanti alla lapide del defunto, mai. La sera non riuscivo a dormire serena finché non avevo tutti i figli a casa, ed anche dopo nefasti pensieri m’adombravano.
Ora sono tutti sposati, sono nonna di tre bei nipoti, e la gestione della terra è in mano loro. Sono fiera e orgogliosa: di me della mia vita di come l’ho vissuta dei miei figli; hanno pure ristrutturato la vecchia casa, dove abitavamo appena sposati e dove ho già deciso tornerò a passare la mia ultima vecchiaia, facendoci un Bed e Breakfast, gli affari vanno bene, la fatica abbonda ed io mi alzo ancora alle cinque per dar da mangiare alle bestie.
La pena che provo per la morte di un figlio non si può raccontare, bisogna passarci, ma non lo auguro a nessuno, mai. I figli sono cose sacre. Capita di litigare, molto spesso, di non condividere alcune delle loro scelte, ma sono quisquiglie, cose superabili, chiaribili, almeno finché sono in vita. Con la morte tutto resta irrisolto, in eterno.
Cara Pina
Grazie per avermi mostrato il tuo Vaso di Pandora, ancora traboccante di speranza.
Da te ho imparato la responsabilità dell’essere figlio e l’orgoglio dell’essere madre.
Non so perché ho voluto scrivere questo, se ho fatto bene, se sia giusto.
Con profondo affetto
Carlo
Filed under: Vendemmia | 4 Comments
Toccante e scritto molto bene, bravo Carlo.
Il tuo post mi ha ricordato le testimonianze di vita contadina raccolte dal nostro Nuto Revelli in “Il mondo dei vinti”, Einaudi, di cui vorrei essere in grado di importi la lettura dell’introduzione
Non ho parole, sono commosso
Ti chiedi se hai fatto beno o meno, o ancora se sia giusto aver scritto questa struggente esperienza di vita… leggendola si sente che l’hai fatto col cuore questo e’ cio’ che conta.
Buona serata
Pazienti pellegrini che vi siete fermati ad ascoltare questa storia a me cara, un abbraccio.
Penso: assurda è la vita che, nella sua interezza, sa essere tanto commovente quanto peggio ferina.