Barbera e C[h]ampagne
Nella mente si nasconde una potenza, un ignoto arduo da indagare, tale da indurre in spavento. Come guardare negli occhi un cavallo imbizzarrito.
Ieri:
Facendo scivolare grappoli di Barbera dalla mia mano nella cesta ho iniziato a canticchiare “Triste col suo bicchiere di Barbera …”, così senza apparente motivo, d’istinto. Ma tutte le parole in ordine non le ricordavo, allora mi sono accontentato del ritornello. E senza chiedere permesso s’è inchiodato tra i solchi dell’encefalo. Una secca, precisa martellata l’ha piantato lì dopo aver sfondato la corteccia cerebrale. Non causava dolore ma una stupida ossessione. Pensavo al volto di Gaber, a tutte le sue mille smorfie. Il Signor G, proprio questa maiuscola così simile al suo volto, tondo, col naso allungato e una gran bocca sorridente. Ricantavo con la voce della mente le sue canzoni, opere di un artigiano capace di attaccare col mastice dell’ironia parole leggere su temi pesanti. A casa ho ricercato i suoi dischi, i più datati comprati per mercatini, che sapevo stare vicino a quelli di De Andrè. Finalmente l’ascolto mentre spulcio i libretti, logico processo d’estrazione. Barbera e Champagne è del ‘69, e visto che mio padre festeggia oggi sessanta primavere sono certo che a quel tempo io non ero neppure un’idea. Così a cena, appena dopo gli antipasti, siamo finiti a rispolverare quegli anni, pezzi della sua giovinezza, conferme alla mia ipotesi.
Arrivati all’arrosto mi sono fissato a osservarlo intento nello spinare le sogliole di tutti e spiegarne il metodo, di come va prima scontornata con precisione e poi sbottonata per accedere alla lisca, ed era inorgoglito di questa sua invidiata arte, ed io orgoglioso di lui. Poi, di nuovo, io, zio, nonna e padre a scavare i ricordi della vita fin nel dopoguerra, profondo crepaccio generazionale, madre e sorella a battibeccare.
Da un grappolo a raccontare di distanze affrontate a piedi, sotto la neve, stretti in un logoro cappotto di stoffa, questo è successo, e sfido le sinapsi in silicio di Google a fare di meglio.
Da piccoli con gli amici costruivamo archi: prendevamo un legno, meglio se di tasso, lo puntavamo al suolo ed iniziavamo ad inarcarlo fino a sentirne dalle vibrazioni il punto di rottura, poi l’inclinavamo e lo si lasciva andare. Così è la mente, lippa infoiata in grado di schizzare ai confini del noto partendo da un debole solletico.
Oggi:
Si tende, vibra, nitrisce e schizza. Cavallo scosso, conosce il canapo ma incerto sull’arrivo.
Stasera brinderò da solo con un bicchiere, o più d’uno, colmo di Barbera e lo farò tintinnare contro il tuo di Champagne, tu che sei distante nello spazio, ma vicina nel tempo.
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