Vendemmia n.2
Tommaso è il padrone della vigna, la cura personalmente e non si fida a lasciarla in mani altrui. Questa terra e la passione per il vino sono l’eredità avuta in lasciato dal padre che dopo essersi arricchito emigrando in Australia, dove ha fatto il costruttore edile per diversi anni, è tornato a vivere nelle campagne natie, ma è morto troppo presto per goderne i frutti. Da allora Tommaso porta avanti, col solo aiuto della moglie, l’azienda. Forza e caparbietà non gli mancano. Le figlie piccole le vede solo la sera, sul tardi, non sempre.
Genuina, di nome e di fatto, dall’età indecifrabile, è una donnina piccola piccola con una vistosa gobba che le schiaccia il volto a fissare il suolo. Ha un profilo strano, come prostrata a sorreggere un peso immenso -Atlante in gonnella-, alta poco più di una vite, curvata e accartocciata da anni passati a faticare in campagna come bracciante e dalle schermaglie della vita. Il suo passo è incerto, singhiozzante, e la sua mano poco ferma, le forbici ballano tra le sue dita. A casa, la sera, l’aspetta una madre non del tutto autosufficiente.
Quinto, suo marito, è un grand’uomo. Due occhiali marroncini, tondi e spessi, celano uno sguardo sincero. Da giovane cadde da una scala cogliendo le pesche e rimase sciancato ma nonostante questo cammina spedito, solo che ogni passo è accompagnato da una strana torsione come se s’avvitasse su se stesso. In salita prende a braccetto la moglie e procedono con ipnotica cadenza. Uno spettacolo di grazia. Supremo fascino delle storpiature.
Tomaz è polacco, alto con grandi spalle squadrate, a vederlo sembra che nella maglietta sia rimasta inserita la gruccia. Mastica sempre una gomma con ampi movimenti della mascella, questo suo continuo ruminare stizza il capo. Qualsiasi cosa succeda è sua la colpa, in maniera insindacabile. Per lui è la prima esperienza in campagna, sostituisce il caro Lido che per quest’anno ha trovato altro da fare.
Lido manca in tutti i sensi, terribilmente. Mancano i suoi sorrisi, i cornetti caldi che portava e con cui facevamo colazione prima di prendere la via della vigna. Erano la mancia delle consegne fatte per il fornaio, il lavoro che faceva ancor prima di venire a vendemmiare. Prima il forno era il suo, poi dopo la morte della moglie l’ha venduto, ma dal profumo di pane caldo non riesce a staccarsi. Tanto del panettiere ha ancora il fuso orario, la mattina alle quattro è già sveglio e così si mette in moto; a casa è solo, i figli sposati e lontani, deve sempre avere qualcosa da fare. Lido è una persona semplice e necessria, proprio come il pane: una massa di genuinità impastata al lievito della bontà.
Guerriera, mai nome più sviante, è una gran pettegola, parla ininterrottamente. Conosce tutto di tutti e ci rende partecipi della sua erudizione. Quando la gola si secca e la fatica si accusa, lei, irriducibile ciarla ancora, strenuamente.
Mina e Sabrina sono due belle mamme che fanno acrobazie per incastrare lavoro e famiglia. Tra di loro si scambiano consigli su come allevare i figli, nel pieno di turbe adolescenziali, che marinano la scuola e rispondono male, ma di corretti protocolli di crescita non ce ne sono, o almeno loro non ne hanno trovati.
Dino ha 71 anni, me l’ha confidato lui, però ha la vitalità di un ragazzino. Il volto è rugoso e abbronzato, la bocca una sottile fessura. La parlata è lenta e ragionata, lo sguardo triste, sempre. Nel fondo degli occhi ha un’opacità di dolore, la morte di un figlio diciottene, e quando ne parla, spesso, si copre il volto col cappello di paglia. Dalla tesa esce solo una ciocca di capelli bianchi.
Pina è sua moglie. Una donna instancabile, il volto dai tratti morbidi e color cannella, gli occhi splendidi, placidi azzurri. Anche lei sembra una ragazzina, con quel suo cappello dal nastro rosa e le vesti a fiori, svolazzanti. Parla con voce dolce; anche della morte, e lo fa spesso. La vita va lottata è il suo motto. Finché ce n’é va tutto bene.
Per me sono più di occasionali colleghi, insoliti maestri o traghettatori all’avvenire. Si sono intrecciati a me come i viticci al cordone, ma la mia liscia pelle stona accanto alla loro solcata da così tante e profonde cicatrici.
Mi trattano con immeritata riverenza, mi regalano marmellate e frutta sciroppata fatta in casa. Si affaticano, per me, loro già così provati. Si preoccupano, per me, senza motivo. Io, che viceversa ne avrei più d’uno, non posso che avere compassione per loro.
Siamo dieci buffe figure, cavalieri inoffensivi senz’armatura né armi, solo ceste rosse fiammeggianti come scudi.
Ogni mattina, puntuale, inizia il nostro faticoso cammino in su per l’erta.
Anime in pena, in pellegrinaggio lungo i filari. Ognuna a soffocare con la fatica i propri dolori.
A segregarli in un angolo inaccessibile, schiacciati sotto al peso della pietra sepolcrale della dimenticanza.
Anche per un’attimo, quanto basta.
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sotto il peso del mio lavoro scrivano, mi chiedevo di te, di quesgli acini raccolti da mani sapienti che con cura, amore e dedizioni li avrebbero accolti e poi riposti in ceste…mi chiedevo di quegli odori così penetranti, del sudore, e dei dolori che rimbombano anche nel letto a fine giornata, quando i muscoli si stendono senza trovare riposo…Sono in salita, con te, almeno col pensiero, ma ci sono
Buona Vendemmia, Carlo..e grazie di avermi fatto partecipare
Mayra G louis
Sono vicino mentre aiuto chi sta sistemando nel ventre profondo della cantina carsica le lonze dello scorso anno per fare posto alle nuove che saranno preparate a breve. L’uva è stata raccolta da un piccolo vigneto di montagna e la sapienza dei 93 anni di Pasquale ci guiderà per la preparazione del vino… Se tutte le guerre si combattessero con questi cavalieri che per un attimo ci fanno riflettere…
Ci vedremo in montagna caro Carlo, a presto.
Cantastorie errante
Fino a domenica Barbera-non-stop! Meteo France è con noi!
tornerò presto a leggerti ancora
Cari viandanti, lasciate che vi offra una tazza di tè che ha il profumo d’Oriente prima di ripartire…
Cantastorie:
come tu ben sai Pasquale sa, già sa.
Mayra:
il tuo pensiero è arrivato col vento della sera assieme ad un fantastico tramonto.
Stefano:
monta in arcione al tuo destriero dagli zoccoli cingolati e guida i tuoi gloriosi cavalieri ad espugnare il Barbera, sii valoroso, va.