Eroi dimenticati

05set07

Oggi non volevo scrivere, o almeno non questo, poi…
A chi m’ha scritto che ho riacceso in lui un ricordo dico che lui, con le sue parole, a sua volta, ne ha ravvivato uno in me: un racconto su eroi dimenticati scritto da Mauro Corona che ho trascritto (nobile arte di un tempo che fu) in parte, purtroppo, perché troppo lungo. Uno scambio di ping-pong sulla tesa rete dei ricordi:

Il 10 di novembre 1963, ad un mese e un giorno esatti dalla catastrofe del Vajont, Pietro Martinelli “Nanon” stava tagliando legna in luna calante nel bosco della Zanolina, poco sotto la Val da Dìach.
[…] Nella valle regnava il silenzio d’autunno. La mancanza di suoni pareva una forma di rispetto verso le duemila vittime del Vajont morte un mese prima. Il silenzio era dovuto anche al fatto che nel 63 esistevano sì e no un paio d’auto per paese. Inoltre, quell’autunno portava con sé il dolore, la gente sopravvissuta stava chiusa in casa accanto alla stufa.
[…] Quel giorno, l’unico rumore che ogni tanto rompeva la pace, era la motosega del taglialegna. Ad un certo punto la quiete della valle fu scossa da un rombo più possente della sega a motore. Proveniva da occidente. Era una vibrazione cupa che, via via, diventava sempre più forte. Pietro Nanon sguinzagliò l’occhio. E lo vide. E lo riconobbe. Ormai, in un mese, ne aveva visti di elicotteri solcare i cieli ertani. Venivano da tutto il mondo, a portarci aiuto.
[…] A quell’ora il sole, nel suo viaggio verso occidente, non era ancora uscito dalla spalla del Cornetto a incendiare gli alberi rugginosi del passo. Se ci fosse stato il sole, la luce avrebbe fatto sicuramente brillare, come la scia di una pallottola incandescente, il cavo d’acciaio della teleferica che scendeva dal Piè de Mula. Ma laggiù, sul passo, sonnecchiavano le ombre d’autunno e non si sarebbero illuminate prima delle quindici. Così, il capitano pilota Giovanni Zanelli non si accorse di quel rasoio teso a mezz’aria, sciaguratamente e colpevolmente non segnalato dalle apposite boe. Pietro Martinelli non riusciva a credere ai suoi occhi. Mi raccontò cosa successe, poiché egli fu l’unico testimone oculare del fatto. L’elicottero sorvolò il passo per tre volte. Alla terza accostò un poco a nord, verso il fianco della monte Lodina. A quel punto il vecchio vide la macchina piantarsi nell’aria quasi di colpo. Ci fu un sibilo, poi la libellula d’acciaio iniziò a girare su se stessa. Compiuti tre giri, puntò la schiena verso terra e andò giù come un sasso. Nanon udì lo schianto del velivolo nell’impatto col suolo. […] Morirono tutti sul colpo. Allibito, Pietro si caricò in spalla la motosega, non poteva abbandonarla, disse, con quello che gli era costata, e corse giù a Cimolais ad avvertire i carabinieri.
[…] Sono passati 40 anni da quel lontano fatto di cronaca. L’Italia è un paese dalla memoria corta. La vicenda Vajont è stata per molto tempo dimenticata. Volutamente dimenticata. Soprattutto dai politici che avevano le mani in pasta nelle responsabilità. Dopo i primi strombazzamenti, durati un paio di anniversari, nemmeno la più minima voce nei telegiornali nazionali. Eppure il 9 Ottobre del 1963 oltre duemila persone entravano nel nulla per ambizioni altrui.
[…] Eppure il capitano Zanelli era qui per darci una mano. Poteva benissimo starsene dov’era, nella sua città, con i suoi figli, Rosanna e Luciano, la moglie Ada. Volava per l’AGIP mineraria, stava bene. Ma era un buono, un altruista e venne quassù per metter a disposizione la sua esperienza. Eroe dimenticato dalla saga delle ricorrenze, molte delle quali del tutto fuori luogo, Giovanni Zanelli era nato a Palazzolo sull’Oglio in provincia di Brescia, il 31 Luglio del 1911. […] Subito dopo il disastro del Vajont era venuto in quel di Erto per offrire la sua opera nei soccorsi. Poteva tornarsene a casa dopo pochi giorni. Volle restare. Di sua volontà. Ma il capitano Zanolli portava nel destino l’ombra della sfortuna e la luce dell’eroe.
[…]Negli anni a venire iniziai un segreto pellegrinaggio al passo Sant’Osvaldo, nella radura del capitano. Andavo, e ci vado tuttora, a salutare il pilota e gli altri due. Le parole incise su un minuscolo foglio di rame suscitano ogni volta un po’ di malinconia. <>. Più sotto, un’altra targhetta porta i nomi di tutti e tre. Infine su una scheggia di bronzo si legge il nome Zanelli e la data di morte. Nient’altro. In quel luogo percepisco uno strano fenomeno. Per questo continuo a frequentarlo. E’ una radura piena di alberi: faggi, larici, pini. Un fitto tappeto di muschio verde copre il terreno tutt’intorno. Sembra che la natura abbia, in qualche modo, cercato di attutire lo schianto del velivolo. In quel sito aleggia una pace che non trovo in nessun altro posto. Ho come la sensazione che, nascosto tra gli alberi, il capitano voglia comunicarmi qualcosa. Una simpatia, un affetto misterioso, lontano. In quella radura vi regna una calma, una tranquillità che non esiste nei posti in cui sono avvenute tragedie. Tra quegli alberi, seduti sul muschio che assorbe ogni rumore, non si prova l’inquietudine che assale il visitatore nei luoghi di morti violente. Si ha l’impressione che lo spirito dei tre sfortunati vaghi nella radura. In attesa di qualcuno. Per confidarsi, per comunicargli la nostalgia di casa, dei figli, degli amici, delle cose perdute. […]O forse una mite richiesta al viandante a restare.
(Spinto da questo stimolo Mauro rintraccia Luciano il figlio del capitano, Nota di Carlo)
[…]All’epoca dei fatti Luciano aveva 22 anni. Non so cosa avrà pensato quando, dopo quasi 40 anni, gli ho parlato di suo padre e di ciò che mi capitava nella radura. So che all’inizio del dialogo gli ho raccomandato di non preoccuparsi che non ero matto.
[…]Ora che lo conosco, ho la sensazione che un filo si sia riannodato per chiudere il cerchio. Certo, duole constatare che il sacrificio dei tre è stato completamente dimenticato. Eppure, anche loro dovrebbero essere collocati tra le vittime del Vajont. Dopo la catastrofe sono stati costruiti tre nuovi paesi: uno a Maniago, uno a Erto e uno a Ponte nelle Alpi. Le vie di questi paesi portano i nomi più svariati, molti strampalati, qualcuno ridicolo. Ma nemmeno una via, un angolino, una piazzetta reca il nome del capitano Zanelli, o di Bruno Conforto, o di Filippo Falini o di tutti e tre assieme. Si sa, la riconoscenza è un sentimento di neve che si scioglie appena arriva il sole. Queste righe, a distanza di tanti anni e in tutta umiltà, vorrebbero frugare nel passato per vedere se un po’ di quella neve è rimasta intatta in fondo a qualche crepaccio. Altrimenti aspetteremo quella nuova, ogni anno, il 10 di Novembre per ricordare con una messa nella radura il Capitano Pilota Giovanni Zanelli e il suo equipaggio.
Con affetto e riconoscenza.
(Mauro Corona, Nel legno e nella pietra, racconto “Eroi dimenticati”)



6 Responses to “Eroi dimenticati”

  1. 1 3nom1s

    A chi devono andare i complimenti per questo post, a te che lo hai messo o a Mauro Corona (per fortuna sti Corona non sono tutti uguali!)che lo ha scritto di sana pianta? Beh, merito a tutti e due, perchè è importante ricordare anche chi ha onorato il suo mestiere sacrificando addirittura la sua stessa vita.

  2. 2 Stefano

    Mi associo ai complimenti per il post. Una vicenda sconosciuta praticamente a chiunque…
    Personaggio formidabile, lo scultore Corona, un esempio.

  3. I grandi troppo spesso stanno nell’ombra perchè la loro consistenza è da scoprire come un tesoro. Tu hai scoperto delle pietre preziose e le condividi con tutti noi che leggiamo.

  4. 4 carlodreams

    Io non ho fatto altro che reimparare l’arte degli amanuensi. Corona è davvero un esempio. Un poeta nello scolpire il legno. Io l’ho conosciuto prima come alpinista e poi come artista, eccelle in entrambi i campi. Un sogno sarebbe legarmi con lui ed Erri De Luca (per chi non l’avesse letta c’è una sua poesia alla fine del post “metti una sera a cena”) e scalare il Campanile di Val Montaiana.

  5. 5 fabio

    Io avevo 3 anni all’epoca, ero con la mia famiglia, inquilino del Capitano, abitavo a Roma, in affitto nella sua casa, al piano di sotto. Ripensavo questa sera con i miei a quel periodo e ho ricercato su internet qualcosa che ricordasse come andarono i fatti. Sono rimasto sconcertato, emozionato e commosso nel leggerti e non posso che confermare, supportato dalla memoria dei miei famigliari più “vecchi”, quanto affermi sulla figura del Comandante Zanelli, si perchè per me, da piccolo, lui era il comandante. Grazie

  6. 6 carlodreams

    Questo è un racconto, una parte, scritto da Mauro Corona che ho solo qui ricalcato.
    Sono contento per questo tuo incontro con la pagina di Mauro,
    Carlo.


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