Camminare, ascoltare, osservare
La scorsa settimana ho camminato tanto. Non è da me passare un giorno in totale relax. Mi annebbia la mente. Camminare invece, per me, è un’esercizio sia fisico che mentale. La sera arrivo al rifugio molto stanco, come una spugna spremuta con forza. Desidero solo una zuppa calda (se hanno i kanederli è meglio) e un letto morbido (davvero improbabile). Se il gestore ha voglia, dipende dal numero di grappe bevute, racconta le storie dei tanti avventori passati o prende una chitarra ed intona stornelli montanari. La stanchezza distende le membra, la vista si appanna, e tutto diventa più piacevole. In questo stato di torpore misto a vertigine i pensieri rincucciati in un angolo buio della mente affiorano alla luce. Da soli, spontaneamente. E mi accompagnano al sonno, una insolita ninna-nanna. Ho fatto anche la dormita più profonda della mia vita: in un deposito lavanderia, il continuo roteare dei cestelli non dava fastidio; era attutito da uno strano calore, avvolgente, rigenerante. Ho sognato che salivo su un vecchio treno a vapore, tappezzato di rosso, con una valigia marrone; viaggiava per una sterminata pianura verde e un cielo azzurro, terso, come sfondo.
Poi mattina, colazione e di nuovo in cammino.
Piede destro avanti (guarda dove lo metti).
Piede sinistro avanti (guarda dove lo metti).
Pied…
Un ritmato procedere che si accorda perfettamente ai miei pensieri. Vanno in risonanza, si gonfiano.
Avanzo con esasperata lentezza. La tappa di oggi richiede 5 ore ma ce ne metterò otto. Non ho fretta di arrivare, almeno per oggi. Quando sono in affanno mi fermo. Posso farlo. Mi siedo e abbraccio con lo sguardo il panorama. Cime rocciose fanno da argine ad una stretta valle. Un fiumiciattolo da un colore indescrivibile rumoreggia. Sembra sentirsi solo lui. Poi qualche fischio di marmotte, cicalii e vocii di altri passanti. Svaniscono. Mi fermo ad ascoltare. Per un po’. Ascoltare richiede tempo, ed impegno. Non è relax. Ascolto il silenzio in cui mi sento immerso. Esistono davvero attimi di assoluta quiete. Chiudo gli occhi. Assaggio il nulla.
Sono in armonia con questo paesaggio dai contorni decisi, sconnessi, fatto di pilastri rocciosi a sostenere il cielo. Differente dalla mia terra, la collina dalle forme sinuose di una bella donna. Ma sento di appartenergli. Paesaggi inaspettati a cui ti senti misteriosamente calamitato, legato da ignota meraviglia. Già è successo, so già che succederà.
Raccolgo lo zaino sempre più pesante. Riprendo la via. Orologi a misurare il tempo passare quassù non servono. Andrebbero tarati diversamente. E comunque non ne porto, è l’inclinazione del sole sulla terra a fare l’ora non quella delle lancette sul quadrante.
Le leggi della fisica dicono che ciò che si osserva varia a seconda del punto d’osservazione: da dove si trova l’osservatore, dalla sua velocità. Niente è assolutamente uguale per tutti. Ciò che si vede dipende dallo stato di chi lo guarda. Quindi cercare nuovi punti d’osservazione è una soluzione a problemi complessi. Ti sposti, ansche di poco, e tutto si semplifica. Non sempre è possibile.
Ma, e questo è assolutamente vero, chi osserva una lavagna con l’occhio ad un millimetro da essa vede uno spazio nero infinito.
Filed under: Memorie dai monti | 5 Comments
Anche io adoro camminare.
Senza mete, senza programmi… e senza orologi…come sempre del resto.
Quello che cambia è l’esperienza che ognuno di noi fa delle cose che ci circondano e di conseguenza i giudizi che di queste diamo. Ma le cose, di per loro stesse, sono sempre le cose: o meglio cambiano ma in base alle loro coordinate spazio-temporali.
Che sia impossibile, dunque, descriverle oggettivamente? Che servano nuovi sistemi di misurazione che nulla hanno a che fare con la realtà materiale delle cose?
Camminare – soprattutto in montagna – stanca, ma è una stanchezza buona che ti conduce a scoprire qualcosa di te che ancora non conoscevi. Per me che vivo buona parte dell’anno in pianura, la salita rappresenta la capacità di soffrire che raccoglie un giusto premio proprio in quell’ascoltare e osservare – esterno e interno – di cui parli.
a Stefano,
hai ragione difatti preferisco usare il metro dell’affetto e della mancanza, snatura la materialità delle cose.
Un sole rigato visto da dietro le sbarre di una cella é lo stesso sole che vedo io, raccontato in modo diverso.
Lo spazio e il tempo sono variabili, l’uno contrae le proprie dimensioni e l’altro rallenta; solo la luce domina incontrastata con la sua assoluta velocità.
Tutto è relativo: Prendi un ultracentenario che rompe uno specchio: sarà ben lieto di sapere che ha ancora sette anni di disgrazie. (Albert Einstein)
‘ciò che si osserva varia a seconda del punto d’osservazione’ penso che non lo dica solo la fisica. Ma anche la realtà. Basti pensare a tutte le versioni che ci arrivano su un fatto di cronaca, per dirne una. Oppure, senza andare troppo lontano, anche in quei piccoli avvenimenti familiare. Com’è che mia cugina si ricorda una cosa che io assolutamente sono sicura che non c’è stata in quel modo, poi lo zio sottolinea quel dettaglio che davvero per me non c’era e la nonna è tranquilla che si è detto così ma io non ho sentito.
Buon inizio settimana,
Barbara