È esatto un mese che sono tornato
nella priva casa invernale.
Lì, non ci sto poi così male.
Ogni mattina camminare
con i metri dettati dai passi
il chilometro fino al laboratorio
dove lavoro la materia ferroplastica.
E a scuro uguale ma ripasso
la geometria astrale, e il posto
e i nomi delle poche stelle che conosco.
Nel tempo di pranzo ascolto
un libro letto alla radio, il mago di
Oz, possanza, da una voce di donna.
Un libro aperto arricciolato all’insù.
E a cena la classica,
frondosa terra che ignoro.

Imparo a raffinare i pochi gesti del giorno

poi sul tardi mi stupisco come arde
seccato dal sole estivo
ogni sarmento d’ulivo, di faggio
forse capendo del mistero degli alberi,
quanta parte hanno le mie premure. Le mie paure.
Ogni volta che si figura qualcosa,
che è detta una parola nuova,
ho letto ne gioisce l’universo.

Visso – transumando agli appennini, un inverno ancora

+
Post scriptum (o scorie)

Quattro gradi di scossa, il ricordo
a quello che defogliò lo scaffale.

Amo il tempo e le cose imperfette,
la stessa zuppa, le tue minute tette.

Tengo i cavoli gelati nell’orto,
l’agave accanto al termosifone.


01gen10

L’intelletto è inquinato e insanabile. Residui di slogan, spot, jingle, tv show affiorano alla superficie della pentola cranica. Prepotenti, fastidiosi. Un torbidume agglutinato che non si può mondare.
Stentano le gemme spontanee dei liberi pensieri sotto le fronde dei pensieri propinati per indurre all’acquisto di prodotti inutili.
Frasi, figure tipo di tonni teneri, varie telefonie, olii e steccati sguisciano nella memoria melmosa a lato frasi tipo questi sono i miei fiumi.
Chiudo gli occhi e non penso a niente, almeno ci provo. Arriverà la sera, l’ora bella di andare a dormire.


24dic09

di cuore specialmente ai passanti
che sospetto lo siamo tutti quanti,
a chi non capisce cosa e perché oggi si festeggi
agli arrabbiati di libertà perché vivranno selvaggi,
a chi non ci crede o crede in un mondo nuovo
a chi sul serio si sente più buono,
ai puri, agli offesi, agli amanti, agli ultimi
ai consumati in generale, dall’amore, dal tempo
agli alberi di cachi piegati dal bianco e dall’arancio
ai frutti che non sanno di appartenere al ramo,
a chi non ce la fa, a chi stenta
ma persevera e le nuvole addenta,
a chi resiste, a chi insiste
a tutti i grati,
a quelli comunitari e a quelli extra
a chi nonostante se ne va o nonostante resta,
ai silenziosi, ai rispettosi della vita
a chi persegue una tesi di salvezza,
a chi dorme sotto stelle e cartone
a chi ama senza dire il suo amore,
a chi il ventiquattro a pranzo ha voglia di scrivere una poesia,
a chi è degente in un letto di corsia
alla caparbia gente, a chi si sente soffocare,
a chi da solo non ha forza per salire le scale
a chi continua a versare latte e sale,
un augurio piccolo di sereno Natale.


un verso è stato mosso alla carta da una spinta di pensieri.
leggerlo e ripensare, dopo tempo, quelli che si sono tratti indietro.

dissalato, trovare nel vuoto del cuore i nessi.

finalmente un libro da spogliare e voglie che mi corrodono.

ancora ti leggo e sto ritto sulla colonna del non detto, vertiginosa.

la notte teneramente il tintinnio di bracciali e cavigliere.

non posso avere una casa, abitarne una. solo case.

quando sogniamo verticali allora siamo come alberi.
vegetazione, ramificata al vento, vegliaci.


02dic09

Dicembre, movimento inverso:
tornerò a monte, alla casa invernale
poco sotto la sorgente, dove ha ponti

la Nera e le piccole trote
saette fario nelle sue acque

cocciutamente stanno
direzione fiume verso
controcorrente. Vòlto

in controcorrente per nutrimento.

Se hai l’occhio lesto e una briciola in tasca,
tirala verso monte.
La corrente farà l’incontro.


25nov09

Se si passa da figlio a orfano
o lo si è sempre non so.
E’ continuo lo smarrimento e massimo
in dubbie prove di esistenza.
Non sappiamo nascere e spanderci.
E’ bello partire da un dato reale
e dilatarlo fino a mongolfiera.
Qualcosa che sopra sostenga.
Taglio secco dei cordoni di zavorra
arenosa e materna.
Ma solo esiziale enzima
dell’universale corpo imposto.


venti brumaio

11nov09

Hanno preso l’autunno gli scaccheggiati clivi dai molti verdi con pois mattone di casolari diroccati e bianco serpeggiare di strade. In alcuni, i lembi arati si abbottonano ai prati con file di ulivi.
In questo antico brumaio si scende ai campi per la brucatura.
La rete si allaccia come dal barbiere al piede dell’albero.
L’oliva la centra con un primo plof e dopo aver corso e saltato lungo le sue curvature si cerca una conca dove fermarsi.Traiettorie impossibili da prevedere, belle da vedere annidato su un’alta forcella di ulivo. Le mani scorrono i rami. Le gioie cadono.
E quando c’è il sole, il cielo di un tenero azzurro e le foglie pesciolini argento, le olive nere, gialle, verdi, rosse come ciliege o scure come acini di montepulciano a piena maturazione, alla domanda dove vorresti essere adesso viene da rispondere qui. Ma è raro che sia così.
Mezzogiorno battuto da campane e convivio col cibo lasciato in un tronco cavo.
La prima luce rende i colli di un’infida bellezza, che a folate l’umore altera. Certi giorni sembrano sottomarini. C’è qualcosa che smangia, che abbruma la chiglia delle cose.
Ma forse è la stanchezza a svisare, a sviare lo sguardo dalle stelle, a rimetterlo basso nonostante le luci alonate dei paesi coronino il campo. Paesi in cima di colline, che portano uno su due il nome di un santo dopo monte.
Mani screpolate e scurite, timorose di un responso femminile. La schiena dolente dell’essersi sentito un poco brado.
Riposare nella poesia salvatica del circondario e desiderare un volo oltre il bosco, alle impervie foreste ove forse lignificare.
A qualche stoico cucù il contrappunto di rimasti pettirossi.
Ma quanto sgobbare per una punta di romanticismo.


Aprire libri scritti con alfabeti strani e stranieri è passare gli occhi su uno spartito che ha file di note, si fantastica su pronuncia e toni imbastendo così una personalissima errata musica.
So leggere l’inglese ma non riesco a parlare la lingua degli inglesi. La parola prima la devo vedere o immaginare, quasi che dirla sia leggerla.
Raccolgo olive con amici traslocati dall’isola alla penisola, assieme a uomini e donne esteuropei e nordafricani che fra le varie lingue parlano anche l’italiano. Io sono l’unico italiano e l’unico che parla solo in italiano.
Alcune delle parole che loro dicono le controllo a casa nei diversi vocabolari, quelle che ricordo, la sera.
Quando parlano devo stare concentrato e con le poche che capto tento a divinare il discorso. Capire ci si capisce, meno facile è raccontarsi.
L’oralità è volatile, bisogna essere svegli ad afferrarla prima che si allontani all’orizzonte.
A me serve la parola ferma sul foglio, appena l’attimo per guardarle il colore degli occhi e lasciarla andare. Che resta lì sulla carta, scioperante che si fa picchetto ficcato davanti ai cancelli. Manifestare l’esistenza di una storia prima di sciogliersi e andare. Di nuovo piazzale vuoto, foglio bianco.


ottobre ‘93

30ott09

Lo scatto è in ricca gamma di grigi.
A lato, a destra di chi guarda, una donna corre.
In mano regge una sacca che sembra pesare.
I capelli sono raggi nel vento,
ossa e muscoli del collo fieramente tesi
tali da rimarcare una larga sensuale “V”,
la suola degli stivali sorvola d’un palmo la terra.
Al centro, fuori fuoco della macchina, una strada
che è deserta e dietro la sopraddetta
un uomo goffamente spinge una bicicletta
nell’atto di balzare al volo in sella.
In basso leggo la didascalia e penso
nuovamente alla vecchia Sarajevo
d’uomini capaci a zapparsi un’orto nell’assedio.
Ottobre ‘93. Granate
sulla Via Titova.

I novanta sono stati anni d’atrocità vicino casa.
Nella foto di cui dico nulla sembra farlo presagire ma è guerra e ci sta come i fantasmi nelle vecchie, stravissute case.
E’ di questi giorni la notizia dell’avvio del processo a Karadzic, assente.
Forse andrà per le lunghe ma nulla di strano.
Solo crimini contro l’umanità.


25ott09

(Cercavo nel rosa silezio dell’alba,
trovai urla e spari)

ah le palombe di passo
che vanno e non sanno
che le aspetta al varco
dagl’irsuti palchi
piombo di cresta.

Da un po’ la caccia è al via. Mimetici aspettano gli spersi migranti appostati sul punto di accidente della muraglia appenninica. Il passaggio più facile e il meglio sorvegliato. Non tutta la compagnia dei migranti, a contarsi, a fine tratta, torna. Qualcuno muore sempre nel transito. Appena più in basso di quota, nel muschioso sottobosco ottobrino dei castagneti (attenti ai ricci) si trovano, a cercare, ma non oggi (che cercavo quello che non c’era), porcini.


22ott09

con che infelice facilità
fatto trenta si fa
trentuno

In ogni occasione aveva detto di sì, a un’amicizia, a un amore, a una proposta, ogni volta per prova, su richiesta. Il mondo intero gli pareva revocabile.
Mai, neanche per un attimo, aveva temuto che il sipario potesse alzarsi come ora sul suo trentesimo anno, che toccasse a lui pronunciare la battuta, che un giorno avrebbe dovuto dimostrare ciò che realmente era capace di fare, e confessare di che cosa gli importasse davvero. Non aveva mai pensato che di mille e una possibilità forse già mille erano ormai sfumate e perdute – oppure che sarebbe stato costretto a perderle perché una sola era la sua.
Mai aveva riflettuto…
Mai di nulla aveva avuto paura.
Ora sa che anche lui è in trappola.
(Ingeborg Bachmann)


post-odierno

17ott09

piccolo e minimale appunto: stamattina piove e non si lavora, non perché è sabato, perché piove. La pioggia, pia oggi, concilia il mio bisogno di relax e pax.
Aggiungo anche quattro vecchie rinvenute righe.

***************************************************

la paura della morte
trema in un canto
alla vista di un seno
nudo che s’offre.


15ott09

una mattina
mi son svegliato e ho trovato
l’invasor. Resistenza
mi dico, mio sogno.


biglietti

08ott09

Il dubbio è tanta o buona, prima di fortuna.
Mia madre ha scritto un biglietto alla figlia, le manca la chiusura. Per questa, vuole un mio parere. Le dico che, se a lei sta bene, pure lo correggerò. Peccava giusto di un’acca, è stata brava. Naturalmente materna. Un biglietto scritto semplice e vitale come acqua, senza frizzi di bibita. Lo porterà a consegna appena andrà dalla figlia nella sua nuova casa nel trevigiano. Deve solo calcarlo in bella copia con chiara grafia.
Mi sono emozionato a leggerlo. Come con le lettere rese letteratura, passare da estraneo su righe private viene da farlo scalzo. Specie se si sanno i caratteri, le due forme del travaso di parole dedicate.
Rimbaud zoppo, dalla città yemenita di Aden, da Marsiglia poi, scrisse alla madre, alla sorella lettere dure e amorevoli che a ficcanasare sapendo il futuro fa a chi ci passa piede delicato. Almeno io ci sono passato piano. Il camminatore Rimbaud morto a pochi metri dal millenovecento.
Alla fine non è stato consegnato, mia madre è tornata col biglietto in tasca. All’ultimo si è arricciata nella sua insicurezza, nel poco stimarsi. Fosse stato un piatto non avrebbe esitato.
Come mia madre difetto di chiusura, della zampata decisiva. Abbiamo sangue inconcludente. Lo stesso delle bestiole selvatiche, che abbagliate si piantano nel vivo della corsa. Ma il faro è fermo, ciò che succede è stallo. E dopo il dietrofront. Non sono le cose che vengono verso di noi, siamo noi che andiamo verso le cose. Arthur invece forò il faro.
Ma tornando al biglietto (e io tolsi dal finale fortuna), non è in esso conclusione. Compete a chi riceve portare parole dedicate a chiusura, a compimento.
Il biglietto va sempre dato. E lo scrivente deve farne consegna.


Io so fare
quello che so fare
però
con molto trucco
posso fare credere
di sapere fare
di più…

…perché
la ragione
con ostinazione
indica la strada
che la vita sbarra
con ostilità…

…ma come posso non amarla
e non amare questa terra
che ho salato
a sforzo
di lacrime e di sudore

ora mi sento
sensibile come
un dente scollettato
e dondolante.


fio – liv

30set09

Ieri un sole che bruniva la pelle e, dimenticato il cappello, inzuccava. A sera, vuoi per stanchezza, vuoi per il tanto spazio nel frigo, ho deciso di uscire per una pizza. Fuori l’aria era mite e ho passeggiato fino al chioschetto sott’ai cedri, dove la conobbi. Seduto, la zona più affollata era quella presso uno schermo proiettante una partita di calcio senz’audio o talmente basso da essere annientato da commenti e vocii degli astanti, come un timido assolo contro il coro, serenamente la pensavo. Le persone che ho amato le amo ancora, in modo diverso, è naturale, forse con una forza incenerita in affetto. Quel giorno riuscii a strapparle il nome, le dissi grazie e poi dissi il nome, subito dopo il grazie, e lei arrossì. Ma forse questo è il ricordare che lo inventa. Sapevo il nome e potevo dirlo, potevo chiamarla. Mangiavo e sullo schermo, in basso ai giocatori che fervevano, casaccati di viola e di bianco, la scritta Fio 2 – 0 Liv. Il giorno che ne imparai il nome gli sguardi di tutti erano rapiti dalla novità del grande fratello, il mio dal suo. Da una semplice associazione d’idee mi persuasi che fosse Livorno, una sfida credo lottata quasi un derby. Con la schiena ancora dolente uscii e presi la discesa verso casa che quelli ancora calciavano. Stamattina dai giornali sono stato calcisticamente educato dell’impresa della Fiorentina vincitrice sul Liverpool. Ho pensato che ieri dovevo essere davvero cotto. E ch’è sfinente il necessario e consuntivo tetris dei lavori a termine, del vivere.


26set09

Scrive chi compila oroscopi
a voi pecunia loquela e incontri
con il sole in bilancia
nati di questa casa, che è

anche mia: nato in tempo ultimo.

Pianeti a segnalibro sulla pagina
del cielo, vi chiedo esatta forza
per un fagotto di spavalde scelte
e sbilancianti quelle di distacco.

A sera indago l’universo, vi leggo
resistete, forza e buon tempo
ai nati di tutte le case,
a ogni chisciotte che si crede stanco.


16set09

Dal balcone della casa estiva, stanno su uno spiovere di terrigne tegole gli allineamenti delle due Orse. La maior distesa con la coda a indicare Arturo, la minor impennata a torcicollo verso il polo.
Tornando alla casa invernale, quel chilometro circa alle otto su strada brecciata senza luci elettriche, stava Orione con la sua cinta come appesa ai rami spogli del noce.
Vado alla neve l’inverno, transumante in senso contrario. Straniero a due case.
C’è del vero nell’oscurità della notte. Una gentilezza, che porta le madri a spiare il sonno dei figli, che muove ai balconi all’attesa di baci mandati anni fa. Che mette la felpa ai piedi, olio ai cardini delle porte. Il sangue nei vasi e le acque nei tubi fermentano, i legni si sgranchiano.
Una pescata nell’ampolla dei ricordi che manca di premi vistosi.
La profondità del tempo nella memoria confusa come luce stellare. Zuccherato buio. Caffellatte.


16set09

dove va pazza la lingua
se non dov’era il dente
lì che non cresce ora niente
in quel divano duro
dov’è intatto
al suo posto
il posto del tolto


26ago09

La bocca è impastata che non riesce a deglutire. Si alza e procede goffamente con gli occhi incollati da un sonno oleoso, grasso e nero, senza sogni. In cucina, alla luce del frigo, vede l’orologio segnare le quattro più qualcosa.
Con avambracci e weiß poggiati sul davanzale si sporge dalla finestra. Le luci della città sono ocra, lontane e tremolanti. Un foglio di giornale spinto dal vento raschia l’asfalto, una plastica debolmente rotola via. Un po’ più sveglio ritrova il mondo che aveva lasciato, quasi umano sotto un filo di luna.
Da un punto vago un flebile mià. Affilando la vista nota un gatto bianco aggirarsi nel parcheggio. Poi, un altro mià.
In cucina trova una scodella, latte e un’onorevole cartata di macinato.
Guarda un po’ il gatto che è incerto su dove guardare, poi si distanzia. Dà una controllata alle stelle, di quanto si sono mosse.
Di nuovo solo riavvolge il macinato e lo prende in mano, è morbido e mangiucchiato come ha il cuore. L’avanzo rimasto è buono ancora, basterà per qualche altra volta.